L’idea di una trilogia

La scrittura dei miei libri è caratterizzata da una peculiarità: la sintesi. Arte, questa della sintesi, appresa durante il periodo di lavoro, durato due anni, svolto presso la redazione del giornale “ La Voce” fondata nel ’94 da Indro Montanelli e dove ero stato assunto come correttore di bozze. Ed è stato da colui che chiamo il mio maestro, appunto, Montanelli che ho appreso questa dote per la scrittura.

Una dote, la sintesi, che lascia comunque un notevole spazio interpretativo nei miei romanzi. Il primo “Tre chicchi di caffè” (ed. Aurelia) si pone verso il lettore attraversandone i cinque sensi, dandogli la percezione viva di vedere, udire, toccare, annusare e gustare colori, suoni, luoghi e odori che man mano che vanno definendosi nel percorso dei cinque continenti, su ponti di destino immersi nel fascino di città e culture diverse. Ecco che, allora si ritrovano gli stessi interpreti principali nel secondo mio romanzo, “La giacca mimetica” (ed. Aurelia) che pur essendo una storia separata dal primo, i personaggi che vivono nel libro, creano quel filo conduttore che inizia dall’ultima pagina di “Tre chicchi di caffè”. E nasce così un altro romanzo con una trama composta da forti sentimenti, emozioni e avventure. Di nuovo ambientato in diversi continenti e di nuovo con gli interpreti principali dei precedenti. Ed ecco che “ Una vita un incontro” (ed. Aurelia) chiude, idealmente, quella che si può considerare una trilogia pur raccontando, nei tre romanzi, storie a sé stanti, un unico filo conduttore li collega tutti insieme. Un avvicendarsi di storie che porta il lettore anche a varie riflessioni, aumentando la curiosità man mano che si avvicina la pagina finale.

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